Il movimento è la scoperta del processo di crescita che è loro stessi in divenire.
La parola “divenire” si muove, è l’aspetto mobile dell’eternità.
Essere è l’essenza; divenire è il movimento dell’essenza.
Whitehouse M.S.
La Psicoterapia Espressiva è una modalità psicoterapeutica ad orientamento psicodinamico che promuove l’utilizzo integrato del codice espressivo e comunicativo verbale e preverbale valorizzando, in particolare, gli strumenti e le tecniche d’intervento specifiche dell’arte e della danza movimento terapia.
In questo articolo ne approfondirò la cornice teorica soffermandomi nello specifico su strumenti e tecniche della danza movimento terapia; metterò in luce la ricchezza e il valore di un simile approccio innanzitutto per lo psicoterapeuta che, nella relazione d’aiuto con il paziente, deve aver sviluppato il più importante dei suoi “attrezzi del mestiere”: la consapevolezza corporea o la capacità di essere nel corpo e quindi l’uso consapevole del movimento come mezzo terapeutico. Durante il mio percorso di specializzazione ho potuto approfondire e utilizzare anche i materiali, rendendo ancora più ricco e integrato il mio processo formativo e di crescita personale.
Che cos’è la danza movimento terapia?
Secondo la definizione della European Association Dance Movement Therapy (EADTM) la danza movimento terapia può essere descritta come “l’uso terapeutico del movimento allo scopo di promuovere l’integrazione emotiva, cognitiva, fisica, spirituale e sociale dell’individuo”.
La consapevolezza delle reazioni corporee è il primo aspetto dell’autoconoscenza e della cura; gli stati fisici, i movimenti possono avere un significato simbolico e associativo, nelle sensazioni corporee è racchiusa una memoria che da implicita può essere esplicitata nel lavoro terapeutico.
Nella relazione terapeutica, oltre al transfert e controtransfert, si possono osservare ed utilizzare la forma, il contenuto e il processo dell’espressione corporea e artistica. Marion Chace (1896-1970) e Mary Whitehouse (1911-1979) sono state le pioniere nell’uso delle forme della danza in ambito terapeutico, integrando le loro intuizioni con le riflessioni psicoanalitiche.
Nel 1942 Chace Marion definiva il suo lavoro “Danza e Comunicazione” poiché aveva principalmente l’obiettivo di raggiungere i pazienti, principalmente gruppi di psicotici e PTSD, attraverso il contatto della danza. Il corpo rappresenta per tutti, e per il paziente psicotico in particolare, una via per riappropriarsi della propria fisicità, degli aspetti del sé spesso dimenticati, un modo per collegare i vari frammenti del proprio vissuto (integrazione psicocorporea).
Marion Chace incontrava il paziente là dove si trovava, dando fiducia alle parti sane, alle possibilità di recupero insite nel corpo di trovare una soluzione.
Attraverso il flusso del movimento si può creare un contatto, conoscere il corpo: la danza permette di esprimersi completamente nel flusso e attraverso questo si può arrivare ad essere in contatto con sé e con gli altri.
L’approccio di Mary Whitehouse
Mary Whitehouse si era formata in danza con Mary Wigman in Europa e con Martha Graham negli Stati Uniti. Intorno agli anni’50, attingendo anche ai suoi studi junghiani, sviluppò un nuovo approccio che inizialmente definì “Movimento del Profondo”.
Secondo Mary Whitehouse la danza appartiene all’essere umano, prima che al danzatore professionista, poiché ha permesso da sempre di dare voce a ciò che è indicibile, che non si può definire a parole, che non si può esprimere adeguatamente: il significato e la condizione dell’essere vivi.
La Whitehouse ha l’intuizione che sia il grado di vitalità delle persone il punto di partenza, l’indizio per capire e cominciare da dove le persone si trovano, non da dove si crede che esse siano. Anticamente la danza era la “sostanza transpersonale della relazione dell’uomo con l’universo” (Whitehouse, 1970 in Pallaro 2003, pg. 70) che donava gioia, ritmo, energia. Attualmente non si può che partire dal piano personale, per ritrovare sé stessi e quindi poter venire toccati, “essere mossi” da qualcosa che va oltre sé stessi.
La Whitehouse porta l’esempio della commozione, che si prova quando si è toccati da qualcosa: si è mossi, appunto, da qualcosa: essere è l’essenza, il divenire è il movimento dell’essenza. Il corpo non dovrebbe essere inteso unicamente come qualcosa da educare, controllare e manipolare; solo quando si riesce a considerare il proprio corpo come coincidente con sé stessi, spinto da pulsioni, richieste e sentimenti interni verso azioni esterne si può diventare “consapevoli di essere vivi in modo diverso” (ibidem) e quindi aspirare ad una crescita interiore.
Mary Stark Whitehouse sottolinea come soprattutto nel movimento che avviene tra due persone, tra un Io e un Tu, sia chiaro quanto il movimento sia più immediato delle parole, fa sentire direttamente nei nervi e nei muscoli. Ciò che nello specifico esiste tra l’Io e il Tu è chiamato dall’autrice il “terzo elemento”, “ciò che sta tra noi, ciò che non è mio anche se io sono in esso, e non è tuo, anche se tu sei in esso, ma qualche cosa di più, qualcosa che ci contiene entrambi, ed ha un suo proprio sentire ed un suo proprio sviluppo” (ibidem).
L’integrazione con la psicoterapia
Le intuizioni di Chace e Whitehouse sono state integrate con le riflessioni maturate in ambito psicoanalitico sulla relazione materno-infantile e sullo sviluppo psico-evolutivo; innanzitutto Melanie Klein e la teoria delle relazioni oggettuali sviluppata da esponenti della corrente degli psicoanalisti indipendenti britannici come Wilfred Bion e, in particolare, Donald Winnicott.
Secondo quest’ultimo (1971), nel setting il processo creativo prende forma e guida il lavoro dello psicoterapeuta. In un setting di danza movimento terapia il processo creativo coincide con il processo terapeutico, diventando ponte tra il processo primario e quello secondario: il corpo si fa simbolo, attivando la relazione tra l’informe e la forma, tra il mondo interno del paziente e il suo mondo esterno, fra spontaneità e consapevolezza.
Il ruolo principale del terapeuta è quindi quello di sostenere e rafforzare le componenti creative del paziente, facilitando la costituzione di uno “spazio di gioco” in cui potersi esprimere e poter rappresentare i propri vissuti. Gioco e disegno sono canali di comunicazione preconscia e di scambio, creano uno spazio potenziale in cui i processi di simbolizzazione possono nascere e svilupparsi e l’integrazione dell’esperienza psichica e corporea viene facilitata.